185.

AA. VV.

NARRARE L'EDUCAZIONE

Dieci racconti fotografici dalle diocesi della Sardegna

2010

collana: Chiesa in Sardegna

132

€ 10,00

ISBN 978-88-88915-71-5

I fotografi – poco più che ragazzi, forse è il caso di ricordarlo – hanno segnato il passo armati solo del loro sguardo, inaspettatamente non nudo ma vestito di molte valenze.
Uno sguardo religioso non nel senso di adesione ad una confessione ma nel suo essere sguardo che ha riguardo, se si passa il gioco di parole; sguardo che si prende cura della realtà, dell’umano accadere, sfidando gli incubi dell’infanzia e i fantasmi della maturità.
Attraverso la macchina fotografica filtra uno sguardo d’amore: «la natura dell’amore è essenzialmente relazione all’altro, dove i due smettono di interpretare ruoli e, nella ricerca della propria autenticità, diventano qualcosa di diverso rispetto a ciò che erano, svelano l’uno all’altro diverse realtà, si creano vicendevolmente ex novo, cercando nel tu il proprio se stesso. Ma è uno sguardo che trascende. (…) Una sorta di rottura di sé perché l’altro lo attraversi. Questo è l’amore. (…) è toccare con mano i limiti dell’uomo». Amore che è la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano.
La fotografia serve a questo, a toccare emotivamente territori altrimenti irraggiungibili; agisce «come strumento effettivo di rivelazione attiva».
L’aedo della tradizione greca era spesso cieco (si pensi al cantore per eccellenza, Omero) perché guidato dalle Muse, dotato di una super vista, potremmo dire. Così anche il fotografo ha un “superpotere” nel cuore di una società miope. Come atto primario, mette lo spettatore davanti a fatti importanti, resi tali proprio dall’intervento del mezzo fotografico, dal suo giudizio e selezione. «L’atto fotografico riporta l’attenzione su due aspetti essenziali: la centralità dell’osservatore rispetto al mondo osservato e l’atto della percezione come momento di conoscenza (…) si realizza il nostro incontro con l’esperienza, il nostro stare al mondo in senso globale».
C’è poi un secondo passaggio: lo sguardo ri-crea e ri-dona forma ai fotografi stessi, al loro essere uomini e donne.
Hanno fatto agire i loro occhi sul mondo ma hanno anche permesso che le loro coscienze, prima ancora delle loro pellicole, rimanessero impressionate da queste visioni (e poco importa se il gioco verbale non ha immediato riscontro materico nell’era del digitale!).
Guardando, hanno intessuto con gli altri una relazione che li ha mutati. Fotografare, insomma, non è un’azione così ingenua e innocua come si potrebbe pensare, associando magari lo scatto a momenti di disarmante quotidiana affettività. Al contrario è un potente «atto bidirezionale: in avanti e all’indietro. Come il cacciatore (...) che quando parte il proiettile viene sospinto indietro dal contraccolpo, così anche il fotografo viene sospinto verso se stesso». I 9 giovani fotografi hanno messo a (ferro e) fuoco situazioni comunemente considerate difficili. Ma, come diceva Gianni Rodari in una delle sue ultime poesie, bisogna imparare a fare le cose difficili perchè sono quelle che maggiormente sprigionano poetica.
Si sono mossi per riscattare la dignità, consapevoli del fatto che nessuna privazione o sofferenza potrà mai privare l’uomo della sua essenza più vera. Volevano nobilitare e sono stati nobilitati: in virtù del loro essere narratori, sono diventati trasmettitori di esperienze e, soprattutto, testimoni del loro tempo. Hanno compiuto un gesto di educazione, evidenziando ciò che era nascosto. Con tenerezza, con la freschezza di chi non ha ancora fatto di queste esplorazioni mestiere. Con quella leggerezza che non è superficialità ma è reazione al peso del vivere, hanno compiuto il più difficile dei compiti: hanno urtato la prima tessera di un domino infinito, hanno mostrato la rosa ai nostri occhi ciechi, socchiuso le nostre gabbie, sebbene ci sentissimo liberi. Cosplay BootsCostume cat suits sale